La trama de La vie mode d’emploi, monumentale romanzo pubblicato da Georges Perec nel 1978, si intreccia con la vita del giovane miliardario Percival Bartlebooth. Ma il vero protagonista del racconto è il condominio in cui lo stesso Bartlebooth vive: un caseggiato parigino di dieci piani, con dieci stanze per piano. Ispirandosi a un disegno di Saul Steinberg, Perec disegna una sezione schematica del palazzo, disponendo ciascuna stanza in un quadrato di una griglia 10 x 10. In questo modo, dal pianterreno alle soffitte, tutti gli ambienti sono simultaneamente visibili. Ovviamente lo schema è incongruente rispetto a qualsiasi fabbricato reale o immaginifico, ma è perfettamente coerente dal punto di vista topologico. Su questa griglia, Perec tesse la trama della narrazione. Ogni capitolo del libro è dedicato ad una stanza, a ciò che essa contiene e ad avvenimenti che riguardano i suoi abitanti. Il tracciato seguito dalla trama si basa su diverse cointraintes, care all’OuLiPo (di cui Perec era membro): vere e proprie “costrizioni”, vincoli narrativi che tessono ulteriori trame sovrapposte al disegno complessivo della storia. Regole spietate e apparentemente meccaniche ma, come ha osservato Italo Calvino, il lavoro ultracompiuto di Perec lascia intenzionalmente un piccolo spiraglio all’incompiutezza: giunti alla stanza LXV, la trama si smaglia e si passa direttamente alla stanza LXVII. La stanza LXVI, posta nell’angolo in basso a sinistra del fabbricato, rimane inesplorata. In questo modo, Perec istituisce un parallelismo fra la narrazione, il percorso che si snoda fra gli ambienti del fabbricato e la vita “incompiuta” di Percival Bartlebooth che, in punto di morte, non riesce a inserire l’ultima tessera del puzzle alla cui costruzione aveva dedicato l’intera esistenza. Ma è l’intera impalcatura spaziale e narrativa, in cui “non accade nulla”, ad apparire incompiuta, senza senso, tautologica, infra−ordinaria; e, al tempo stesso, monumentale, coinvolgente, impeccabile, vertiginosa. Uno spazio claustrofobico e sconfinato, in cui gli ultimi cento anni della storia dell’umanità vengono ridisegnati con le parole e i gesti della quotidianità.















